EXPERIENCE U2

Torniamo a parlare degli U2 poiché, il 1 dicembre 2017, è finalmente uscito Songs of experience.
Mi scuso innanzitutto per il ritardo col quale mi accingo a recensire questo nuovo album ma, come capirete andando avanti con la lettura, si tratta di canzoni che vanno metabolizzate e comprese.

Sono passati tre anni dall’uscita di Songs of innocence, lavoro strettamente collegato a Songs of experience, ed entrambi in onore alle due omonime raccolte di poesie del poeta inglese William Blake. Già dai titoli è facile evincere i toni con i quali sono state composte e prodotte le canzoni contenute negli album: se nel primo abbiamo ascoltato pezzi scritti da un punto di vista più giovane, e oserei dire anche più spensierato (ad eccezione di un paio di casi), in Songs of experience siamo pronti per tuffarci in un mondo vissuto con un bagaglio di vita pieno di maturità e, per l’appunto, esperienza.

Il disco si apre con Love is all we have left, una canzone dall’inizio molto soft nella quale sentiamo echi di sintetizzatori e che, col procedere dei secondi, arriva a distorcere la voce di Bono, lasciando nell’aria un sentore di modernità (o, se vogliamo, di stampo anni ’70). Il viaggio procede passando per Lights of home e You’re the best thing about me (della quale abbiamo parlato in questo precedente articolo), tutte canzoni collegate tra loro dal tema dell’amore, sia esso verso la propria metà che verso i genitori o i figli. 

Il cambio di scena avviene dalla quarta traccia, grazie alla quale entriamo in un mondo fatto di temi estremamente cari agli U2: la libertà, i soprusi e, soprattutto, la critica alla classe politica. Get out of your own way è la prima collaborazione tangibile che incontriamo in Songs of experience: nell’outro del pezzo troviamo, infatti, la voce di Kendrick Lamar, rapper americano, in quello che ha tutte le fattezze di essere il discorso di un leader pacifista (e realista) ai suoi seguaci. Con una certa sorpresa si scopre che la fine del discorso è in realtà anche l’intro della quinta traccia: American soul. Per questo brano è d’obbligo una menzione speciale visto che, ancora una volta, gli U2 riescono a nascondere dietro una canzone l’aspra condanna a un sistema che, in questo caso, è chiaramente identificabile col nuovo governo statunitense.
Summer of love è una delle canzoni più belle e significative dell’album: i toni morbidi e i cori di Ryan Tedder (cantante degli One Republic) e di Lady Gaga contribuiscono a creare un’atmosfera sognante che ci allontana dall’ambivalenza di un testo che capiamo fino in fondo solo alla fine; quando Bono pronuncia la frase “in the rubble of Aleppo” (tra le macerie di Aleppo, ndr) veniamo risvegliati da questo sogno ad occhi aperti, ed ecco che ritornano le immagini dei rifugiati, di chi il mare deve attraversarlo non per piacere, ma per la propria salvezza. Gli stessi temi sono il punto centrale anche in Red flag day, nella quale, oltre a un sound decisamente retrò, troviamo vaghe reminiscenze, soprattutto nei cori, di Sunday bloody Sunday e un pizzico dei The Smiths.

Segue The showman (little more better), che stona un po’ con le altre canzone ascoltate finora e tende ad essere ben presto dimenticata lasciando spazio ad una delle perle di Songs of experience: The little things that give you away. Avevamo avuto la possibilità di ascoltare questo pezzo mesi fa, durante il tour celebrativo dei trent’anni di The Joshua tree e, se già allora aveva molto colpito le orecchie di noi ascoltatori, adesso che possiamo apprezzarla nella sua completezza, ne comprendiamo appieno bellezza e profondità. Questa toccante canzone sembra riferirsi a un incidente che Bono avrebbe avuto tempo fa e che avrebbe messo a repentaglio la sua vita: è una riflessione sull’accaduto, ma soprattutto su come questo fatto abbia cambiato la percezione di vivere la vita, donandole probabilmente un significato totalmente nuovo. Landlady è una ballad che non si distingue certo per il suo sound, vagamente monotono, quanto più per il suo testo: è una lettera aperta alla compagna di Bono, dai toni malinconici, che la fanno assomigliare più a una lettera d’addio nella quale egli vuole dirle tutto ciò che sente prima che sia troppo tardi; troviamo inoltre vari richiami che ci riportano alla mente il testo di Every breaking wave (contenuta in Songs of Innocence). 

Facciamo nuovamente un salto nel mondo politico, stavolta a livello globale, con The blackout che ci fa letteralmente (e finalmente) alzare dalla sedia per il suo sound potente fatto di batteria, chitarra e, soprattutto, di basso. Ci avviamo verso la fine con l’inno all’amore Love is bigger than anything in its way, un brano che tuttora mi lascia perplessa poiché vi ho trovato tanti elementi che mi hanno davvero entusiasmata, come tanti altri che mi hanno fatto storcere il naso; in definitiva credo che sia una di quelle canzoni che riescono ad essere apprezzate maggiormente man mano che le si ascolta.

La versione standard dell’album si conclude con un brano che mi ha spezzato il cuore: 13. Una canzone d’amore dedicata a una persona amata, ma soprattutto all’importanza della musica nella vita di Bono; la sorpresa all’inizio è stato sentire la sua voce completamente nitida,  pulita e così incredibilmente unica, andando avanti veniamo però spiazzati dalla comparsa del ritornello di Song for someone, una delle canzoni più belle ed emozionanti di Songs of innocence (e per quanto mi riguarda, anche degli U2 in generale).

Travolta dalle emozioni ero pronta a concludere l’ascolto dell’album, se non fosse che mancavano ancora le bonus track della sua versione deluxe. Ecco, la nota veramente negativa è rinchiusa tutta in queste quattro canzoni, nello specifico: Ordinary love, Book of your heart, Lights of home (St. Peter’s string version) e You’re the best thing about me (U2 vs. Kygo).
Ordinary love è un brano del 2013, parte della colonna sonora del film Mandela: long walk to freedom, rifatto stavolta in una chiave più ritmata che però non convince appieno. Lights of home appare in una versione registrata insieme agli archi, bella, ma non indispensabile. La grande incognita che si discosta completamente dai temi e dai sound dell'album è, invece, Book of your heart che, sebbene sia una canzone gradevole, lascia nell’ascoltatore un certo senso di mistero. La tappa peggiore di questo viaggio è purtroppo l’ultima canzone You’re the best thing about me (U2 vs. Kygo), ovvero un remix inascoltabile fino alla fine che mi lascia con l’amaro in bocca e con la voglia di evitare come la peste l’acquisto della versione deluxe.

Se siete arrivati alla fine di questo articolo biblico vi ringrazio di cuore e vi lascio con le mie considerazioni finali su Songs of experience: è un album diverso, per molti aspetti migliore rispetto al precedente che, in tutta onestà, non mi aveva entusiasmato più di tanto, ma che si salvava solo per quelle grandissime perle rare che sono Every breaking wave e Song for someone. Qui troviamo tante cose diverse, una storia racchiusa in tredici canzoni che si incastrano l’una all’altra in maniera quasi perfetta. Gli U2, però, sembrano aver ritrovato la strada di casa e confezionano un album che, sebbene sia tenuto in piedi principalmente da quattro/cinque pezzi veramente belli e ben fatti, riesce a non essere assolutamente stucchevole, ma a lasciare in chi lo ascolta la voglia di farlo ancora e ancora. Tutto ciò è sicuramente frutto dell’esperienza che caratterizza non solo questo album, ma in generale uno dei più importanti e imponenti gruppi della storia musicale che, anno dopo anno, continua a regalarci forti emozioni e grandi successi.

 

Carlotta Oliaro